Trekking

Attorno a Monte Bastione e Monte Luario

Avventura semiseria di un martedì mattina

Decido proprio all'ultimo momento di fare questo giro, ho una mattina libera e c’è il sole. Non mi preoccupo neanche di consultare i vari siti di meteo, tanto il percorso l’ho già individuato qualche giorno fa, un bell’anello intorno a Monte Luario, in parte sulla Via degli Dei.

Parto da Bologna intorno alle 8:30 e verso le 9:00 sono a Pian del Voglio. Qui la prima sorpresa, il cielo si è annuvolato e c’è una leggera pioviggine. Poco male, penso. In tre ore dovrei riuscire a chiudere l’anello, per mezzogiorno sono di nuovo alla macchina. A volte il mio ottimismo mi mette nei guai e questa è una di quelle volte.

Lascio la macchina a Valle Serena, un piccolo centro abitato sopra Pian del Voglio. “Abitato” si fa per dire. Le ville ci sono, e anche belle, ma evidentemente sono perlopiù di villeggiatura, oggi non c’è nessuno in giro.

Mi metto in spalla lo zaino e mi incammino. Mi viene in mente che non ho caricato la mappa sul GPS e neanche la traccia con il percorso; dovrò affidarmi solo alla carta.

La nebbia si intensifica, avrò sì e no una visibilità di 15-20 metri. Proseguo lo stesso, immaginando che tra un’ora al massimo ci sarà una schiarita. Capisco subito che non sarà facile perché nella nebbia i segnali CAI, essendo più distanti del mio raggio visivo, non si scorgono proprio. Inoltre la nebbia rende tutto grigio, i colori svaniscono e il bel rosso fuoco dei segnavia CAI diventa, nella migliore delle ipotesi, un grigio scuro. Un grigio scuro in mezzo a tante altre sfumature di grigio, per citare il famoso libro.

Ho ancora il borgo alle spalle quando sbaglio la prima volta. Non vedo nulla. Mi inerpico costeggiando un piccolo corso d’acqua ma presto capisco che non può essere questa la strada giusta. Torno indietro, decido di attraversare il fosso e, poco dopo, intercetto il segnavia.
Dunque la mattina trascorrerà così, immagino. Dovrò stare molto attento ad ogni incrocio per non perdere il sentiero. Le ultime parole famose.

Dopo altri dieci minuti sono già di nuovo disorientato. Sono sicuro di non essere uscito dal sentiero, solo che tutto ad un tratto è come…svanito. Torno indietro e decido di scendere un po’. Il terreno è scivoloso e infatti scivolo e mi faccio una decina di metri sul sedere mentre in mano stringo la cartina che, mi rendo conto, devo salvaguardare al massimo. Torno al punto in cui ero prima di cadere ed eccolo lì, il segnavia che cercavo. Lo vedo ora solo perché, rispetto a prima, mi sono spostato un paio di metri, non di più. Un’altra lezione, quindi: in caso di nebbia o aspetti che passi o scandagli il territorio a tratti di due metri per due. Proseguo con ottimismo.

Non so descrivere molto bene il panorama intorno a me perché non lo vedo. Dovrei avere Monte Bastione alla mia sinistra mentre procedo verso sud-ovest ma cercare di vederlo è un’utopia. Non vedo neanche il sole: la sua luminosità è talmente diffusa dalla nebbia che non riesco a localizzarlo con sicurezza. Il bosco poi rumoreggia: la pioggia crea bizzarri effetti sonori che, spesso, sembra che io abbia un “qualcosa” che mi cammina dietro, e questa cosa è piuttosto inquietante. Mi viene in mente il film Blair Witch Project, quando i protagonisti si rendono conto di aver camminato in circolo. Mi sento un po’ come loro, solo che io, in più, non vedo una cippa.

Intercetto una strada, dovrei essere sul sentiero giusto. Mi trovo su un crinale; se sono dove credo, sotto di me c’è l’agriturismo Confienti ma, sempre a causa della visibilità, non riesco ad avere conferma di ciò. Proseguo.

Poco dopo il segnavia CAI scompare di nuovo. Vorrei brevettare un segnale CAI luminoso, intermittente. Oppure convincere gli addetti a fare un segnale ogni 5 passi, porca miseria. Comincio a sentire un po’ la stanchezza e sono, forse, a neanche un quarto del percorso.

Devo prendere una decisione. O torno verso la macchina oppure provo a terminare l’anello. La prima ipotesi mi stuzzica, ho già una discreta fame, potrei fermarmi in una bella osteria montanara e sfasciarmi di insaccati e tigelle. Rifletto un po’ e si fa sentire l’orgoglio: se ci riuscivano i Romani ad aprire delle strade in mezzo alle colline senza alcun ausilio, perché non posso riuscirci io? Decido quindi di proseguire. Sì, ma dove? Non so esattamente dove sono e quindi è difficile stabilire una direzione. Consulto scoraggiato il GPS e…colpo di fortuna! E’ vero che non avevo caricato la mappa offline ma, apparentemente a circa 1 km dalla mia posizione, il GPS ha caricato una vecchia mappa che avevo usato mesi prima! Bene, finalmente un segnale positivo. Devo solo andare verso sud fino a che non entrerò nella zona mappata.

Per andare verso sud devo costeggiare una recinzione in filo spinato. I cartelli su di essa dicono “Zona esercitazione cani da sparo”. La cosa mi inquieta un po’. Non vorrei essere scambiato per un labrador da un cacciatore mezzo accecato. Anche per via della nebbia, che, contro le mie previsioni, non si è ancora alzata. Adesso poi c’è anche un “WHOOOOO”, forte e costante. Deve essere il vento: ancora non lo sento ma probabilmente crea questo effetto sonoro tra i fusti degli alberi. Se non è il vento, non voglio sapere cos’è.

Attraverso un’altra macchia di alberi sotto la quale piove più che all’aperto. L’acqua sta entrando nella scarpa destra. Credo sia giunta l’ora di sostituirle. Ho in mente solo di andare verso sud, come cantano i Negrita, “Rotolando verso sud, looooong waaaaaay”.

Scavalco il filo spinato della recinzione e mi trovo sul sentiero giusto! Ho le gambe già molli, mi fermo a bere ma vorrei mangiare qualcosa. Lo stomaco inizia a brontolare. Ma sono sul sentiero giusto! Sicuramente troverò un’osteria, una trattoria, una baracca che vende qualcosa di commestibile. Do un’occhiata alla carta e ho la conferma di ciò che, dentro di me, già sapevo: non c’è nulla di tutto questo sul percorso. Il massimo che posso trovare è l’agriturismo Il Passeggere, nel punto più a sud dell’anello. Deciderò quando sarò là.

Il vento aumenta dopo Capannone e ogni tanto mi spruzza acqua in faccia. E’ febbraio, non è freddissimo ma neanche questo gran caldo, starei bene anche senza le secchiate trasversali, grazie. In questo momento mi trovo sulla Via degli Dei; cerco di distrarmi pensando a quale opera grandiosa fecero i Romani. Questa via permetteva alle truppe militari di attraversare gli Appennini piuttosto agilmente. Venne lastricata ed utilizzata anche in epoche successive, fino a che se ne persero le tracce. Fu poi riscoperta da due ricercatori bolognesi negli anni ’70. Subito prima del Passeggere sul sentiero si sono formate delle pozze piuttosto profonde che, con la pioggia, si sono riempite d’acqua. Se ci cado dentro adesso, mi ritroveranno a maggio, con la primavera. Le costeggio con cautela e arrivo finalmente all’incrocio con il Passeggere.

La mia fame adesso è preoccupante: lo stomaco produce rumori che non avevo mai sentito. Ora, il cartello dice che l’agriturismo si trova a 500 mt. Guardo la strada indicata: è una pietraia in discesa che mi spaccherà definitivamente le gambe. Inoltre non è più tanto presto: avevo pronosticato tre ore per fare tutto e invece, dopo tre ore, sono a metà dell’anello, forse neanche!

A malincuore decido di proseguire e imbocco il CAI 917. Lo stomaco decide di parlarmi: “Cosa fai? Là potevi farti un piatto gigante di tagliatelle al ragù e un buon mezzo litro di vino rosso! Ripensaci! Torna indietro!”. Improvvisamente la nebbia si alza e la visibilità diventa normale. Ormai non ci speravo più. Vedo i segnali CAI anche da lontano, sono quasi commosso.

Con rinnovato spirito (non posso dire vigore, visto le ormai pessime condizioni fisiche), mi dirigo verso nord. Se non altro, non ho più il problema di considerare l’eventualità di tornare indietro: adesso conviene senz’altro terminare il giro. Devo solo stare attento ad imboccare il 919, più avanti.

Il 917 è uno spettacolo. Ci sono corsi d’acqua dappertutto che si incrociano e danno vita a micro torrenti che scrosciano allegramente. Attraverso il Savena che qui è già irruente. Lo guado pensando che, se scivolo ora, mi trovano di sicuro in piazza a San Lazzaro. Senza la nebbia a rendere tutto grigio il panorama è fantastico, il bosco è sufficientemente aperto per scorgere l’intera valle in cui mi trovo. Anche gli uccelli hanno cominciato a cantare e tutto sembra andare per il meglio. E’ spuntato anche il sole, sulla mia destra, che rende tutto più…. Un momento. Cosa ci fa il sole alla mia destra? Dovrei averlo alle spalle, io sto andando verso nord! Uno sguardo alla bussola e alla carta e capisco che devo aver mancato il bivio con il 919. Maledizione, e dire che ero stato attento! Altro tempo perso, altre energie che se ne vanno. Le gambe cominciano ad insultarmi mentre torno su miei passi.

Arrivo a quello che sospetto essere il bivio mancato e leggo meglio i cartelli. L’indicazione per il 919 non c’è. Allora mi viene in mente ciò che avevo provato qualche ora prima e comincio a spostarmi di lato di qualche metro, guardandomi intorno, e…eccolo là! Avanti 50 metri, seminascosto da un cespuglio, c’è il segnavia CAI che cercavo.

Proprio in prossimità del segnale, c’è un fosso piuttosto largo da guadare. E’ gonfio d’acqua e le pietre sistemate per il guado sono abbondantemente sotto il pelo dell’acqua. Se guado qui, vado giù fino alla caviglia. E comunque la corrente è forte, anche per un fosso, e potrebbe sbilanciarmi sul più bello. La gamba sinistra mi parla e mi fa: “Guarda, fossi in te cercherei un guado più a monte perché io comincio a non farcela più”. Seguo il consiglio, trovo un altro passaggio poco più su. Andrò dentro con il piede ma almeno la corrente è meno forte. Traggo un respiro, mi puntello col bastone e mi lancio sul guado. Decisamente devo decidermi a cambiare le scarpe: in un secondo hanno imbarcato più acqua che il Titanic. Per tornare sul sentiero devo arrampicarmi con le mani nella sterpaglia. Quando torno sul sentiero i capelli mi ricadono ormai fradici sul viso; li sposto con le mani infangate e li sistemo come se usassi il gel per capelli. Neanche un Cheyenne è conciato così.

Mi rimetto faticosamente in cammino. Non so più bene che ore sono ma so che, adesso, mi mangerei qualsiasi cosa. Il mio pensiero è fisso su questa cosa, penso solo al cibo. Sarei pronto a pagare 50 euro per un panino al salame. Al pensiero comincio a salivare pericolosamente. Un mio amico che era a dieta mi diceva che, quando si ha fame, bisogna bere. Attingo alla borraccia e riparto. La stanchezza adesso è tanta. Non è certo la prima volta che faccio trekking ma, tra la nebbia della mattina e la mancanza di carboidrati, ho le gambe che mi sostengono a stento. Allo stesso tempo ho quasi paura a fermarmi: penso che tra non molto comincerà a fare più buio (in mezzo ai boschi la sera arriva prima che altrove) ma soprattutto ho paura che le mie gambe vadano in sciopero a causa dell’acido lattico. Accorcio il passo e mi costringo ad inspirare dal naso, per ridurre l’affanno. Dopo un po’ va meglio e arrivo a Cà dei Borelli.

Qui sembra tutto molto semplice. Il segnavia c’è. Lo seguo.
Sì, il segnavia c’è ma non c’è la via. Sono stanco, abbattuto e costernato: dov’è il sentiero? Questa volta non mi sono perso, la località è giusta, solo che non capisco come proseguire. Perdo almeno 45 minuti cercando di capire dove si trova il sentiero. Faccio diversi tentativi, giro intorno alle case cercando indizi che non arrivano.

Alla fine capisco: sul lato destro della cosa più ad ovest del paese c’è un cancello chiuso. Forse si passava da qui, una volta? Mah. Proprio di fianco a questo, poco visibile, ce n’è un altro molto più piccolo ma aperto. Si passa da qui e si costeggia la casa a monte. Questo adesso voi lo sapete ma io l’ho capito dopo. Per trovare la strada invento una variante che mi fa salire per un versante con un dislivello improponibile, viste le mie condizioni in quel momento. Quando, dopo un’altra mezz’ora, intercetto di nuovo il CAI 919 sono distrutto. Talmente distrutto che invece che girare a destra giro a sinistra e praticamente torno a Cà dei Borelli. Quando me ne rendo conto, le mie imprecazioni si sentono in tutta la valle.

Bevo le ultime gocce dalla borraccia. Non ho ancora visto anima viva da stamattina. Stamattina la cosa mi piaceva, adesso mica tanto. Nella scarpa ci saranno i girini, ormai. Ha ricominciato a piovigginare ma non manca più molto alla macchina. Nei pressi di un rudere, in località Fontanabura, vedo San Nicola che vende hot-dog da una bicicletta. Le mascelle si muovono da sole, immaginando di masticare qualcosa, qualsiasi cosa.

La mia avventura termina verso le 17 di quel giorno. Quando raggiungo la macchina sono davvero provato. Questo giro mi ha insegnato diverse cose: consultare sempre il meteo prima di partire anche per un semplice giro sugli Appennini. Ricordarsi di avere il GPS con la mappa della zona caricata. Avere sempre con sé anche strumenti analogici, quali la bussola e la cartina. E cibo, perdiana, cibo!

 


La carta dei luoghi di cui parla l'articolo:

 Laghi di Suviana e Brasimone

06BO Laghi di Suviana e Brasimone

Alte valli del Savena, Setta e Limentra

Parco Regionale dei Laghi di Suviana e Brasimone, Alto Carigiola, Alta Valle del Santerno, Passo della Raticosa

Dal Lago di Suviana al Passo della Raticosa

Barberino di Mugello, Camugnano, Cantagallo, Castel di Casio, Castiglione dei Pepoli, Firenzuola, San Benedetto Val di Sambro, Vernio, Lago di Suviana, Lago Brasimone, Passo della Raticosa, Passo della Futa, Lago di Castel dell'Alpi

 


 

Category: Trekking 3 years ago
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Maxthebass

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